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Il peso del passato sul
futuro dell'Europa
Il futuro dell'Europa è stato
al centro del Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles lo scorso
21 e 22 giugno. I capi di Stato e di governo dei 27 membri dell'Unione
si sono riuniti per decidere quale mandato conferire alla conferenza
intergovernativa, l'assemblea incaricata di redigere un nuovo
testo di riforma delle istituzioni comunitarie che si sostituisca
al Trattato costituzionale elaborato nel 2004 e bocciato dai
referendum francese e olandese nella primavera del 2005.
Si annunciava un vertice difficile e le attese non sono state
smentite. È stato uno dei consigli più sofferti
nella storia dell'integrazione europea quello che si è
protratto fino all'alba di sabato 23 in un clima da psicodramma
in cui la presidenza tedesca è stata esasperata dal fuoco
incrociato delle invincibili resistenze di Londra e Varsavia.
Il raggiungimento di un accordo era un obiettivo essenziale per
la cancelliera tedesca Angela Merkel che, all'assunzione della
presidenza, aveva assunto il difficile compito di mettere fine
alla pausa di riflessione sulle riforme istituzionali e di rilanciare
il processo costituzionale. L'accordo è stato infatti
raggiunto, in extremis e al caro prezzo di un compromesso insoddisfacente
per chi, come l'Italia, aveva ratificato il Trattato del 2004.
L'accordo finale stabilisce che la Conferenza intergovernativa
sarà avviata entro luglio e dovrà concludere i
lavori entro il 2007 per permettere la ratifica da parte degli
Stati membri ed entrare così in vigore prima delle elezioni
del Parlamento europeo del 2009. Il nuovo accordo è, nella
forma e nella sostanza, assai meno ambizioso del Trattato Costituzionale.
L'idea di una Costituzione per l'Europa è stata abbandonata
per un più modesto "trattato di riforma" che
integrerà i trattati esistenti. Sparirà ogni riferimento
ai simboli e il primato del diritto comunitario sarà relegato
a un più sfumato richiamo alla giurisprudenza della Corte
di Giustizia. La Carta dei diritti fondamentali non sarà
inclusa nei Trattati ma solo richiamata (e non sarà vincolante
per il Regno Unito, principale oppositore soprattutto dei principi
di tutela dei diritti dei lavoratori in essa contenuti).
Quel che resta del vecchio Trattato è la personalità
giuridica dell'Unione e la presidenza stabile del Consiglio (due
anni e mezzo invece della presente turnazione semestrale). All'attuale
sistema di ponderazione dei voti si sostituirà gradualmente
il sistema della "doppia maggioranza": per adottare
una decisione sarà necessario il consenso del 55% degli
Stati membri che rappresentino il 65% della popolazione totale
dell'Ue. L'innovazione fu proposta nel 2004 per garantire maggiore
rappresentatività delle decisioni del Consiglio e agevolare
il meccanismo decisionale. La Polonia, grande favorita del sistema
attuale che le conferisce un peso pari a quello della ben più
popolosa Germania, ha ottenuto il rinvio dell'entrata in vigore
al 2014 con un periodo di transizione fino al 2017. L'Unione
non avrà un Ministro degli Esteri, al suo posto resta
l'attuale "Alto rappresentate dell'Unione per gli affari
esteri e la politica di sicurezza" che avrà a sua
disposizione un servizio diplomatico, assumerà le funzioni
del Commissario per le relazioni esterne e la vice presidenza
della Commissione. Tuttavia la Politica Estera di Sicurezza Comune
(PESC) continuerà ad essere gestita col metodo intergovernativo.
Al risveglio di una notte di febbrili negoziati resta l'amarezza
di dover constatare che il passato pesa sull'Europa rendendola
incapace di pensare il suo futuro. Delude il risultato, ma soprattutto
delude l'arrendevolezza della presidenza tedesca, il silenzio
passivo del governo italiano, l'insipiente debolezza del fronte
europeista dei 18 che hanno ratificato il Trattato del 2004.
Infastidisce il pervicace e costante opportunismo britannico,
indigna, e preoccupa, l'aggressivo nazionalismo polacco in chiave
anti-tedesca dal vago sapore revanscista.(Chiara Vallini da Rinascita) |